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Archeologia e diritti dei popoli indigeni

Per gran parte della sua storia, l'archeologia ha operato sui territori e sulle culture dei popoli indigeni senza coinvolgerli, spesso contro la loro volontà esplicita. I resti degli antenati venivano esumati e trasferiti nei musei; i siti sacri venivano scavati senza consenso; le interpretazioni del passato venivano imposte dall'esterno da ricercatori che non appartenevano alle comunità interessate. L'archeologia si concepiva come scienza universale con diritto d'accesso a qualsiasi traccia del passato umano, indipendentemente da chi vivesse sul territorio. A partire dagli anni Settanta e con accelerazione crescente dagli anni Novanta, le comunità indigene in Nord America, Oceania e altrove hanno ottenuto progressivamente il riconoscimento del diritto a controllare il proprio patrimonio, aprendo un processo di trasformazione profonda della disciplina.

Il contesto storico: archeologia come strumento coloniale

Prima di esaminare le riforme, è necessario capire il problema nella sua dimensione storica. Nel XIX e nella prima metà del XX secolo, l'archeologia operava in un contesto coloniale che considerava le popolazioni indigene sopravviventi come "primitive" — e quindi adatte a fornire analogie etnografiche per comprendere i "primitivi" del passato — ma non come soggetti con diritti sui propri antenati o sui propri siti. I crani di indigeni americani, australiani e africani venivano raccolti sistematicamente per le collezioni di "craniologia" che misuravano le differenze razziali; i corredi funebri venivano prelevati dai cimiteri; gli oggetti cerimoniali erano acquistati, rubati o confiscati durante le campagne militari e finivano nelle teche dei musei di tutto il Nord Atlantico.

Negli Stati Uniti, il Bureau of American Ethnology del Smithsonian Institution raccolse nel XIX secolo migliaia di crani di nativi americani — molti esumati da cimiteri o prelevati da cadaveri sul campo di battaglia — per gli studi "scientifici" di Samuel Morton sulla gerarchia razziale. Questa pratica era considerata normale; le proteste delle comunità non trovavano udienza né tutela legale.

La svolta NAGPRA negli Stati Uniti

Il Native American Graves Protection and Repatriation Act (NAGPRA), approvato dal Congresso degli Stati Uniti nel 1990, fu un punto di rottura legislativo. La legge obbliga le istituzioni federali e i musei che ricevono finanziamenti federali a inventariare le proprie collezioni di resti umani e oggetti culturali nativi americani, a notificare le tribù culturalmente affiliate e a restituire i materiali su richiesta. Sono coperti: resti scheletrici umani, oggetti funebri associati, patrimoni culturali sacri e oggetti di patrimonio culturale non alienabile delle tribù.

Nei trent'anni successivi all'approvazione, NAGPRA ha prodotto risultati concreti ma lenti. Al 2023, circa 60.000 resti umani e 1.100.000 oggetti associati erano stati inventariati nelle istituzioni coperte dalla legge. Di questi, circa la metà erano stati restituiti o programmati per la restituzione. L'altra metà rimane nelle collezioni, in molti casi perché l'affiliazione culturale non è stata stabilita o perché le trattative sono in corso. La legge è stata criticata per la lentezza attuativa e per i meccanismi di esenzione utilizzati da alcune istituzioni.

Il caso Kennewick Man: vent'anni di disputa

Il caso più controverso scaturito da NAGPRA fu quello di Kennewick Man (Umatilla: Nch'i-Wana, "l'Uomo dell'Antico Uno"): uno scheletro maschile di circa 8.900 anni trovato nel 1996 sulle rive del fiume Columbia nel Washington State. La disputa tra i ricercatori che volevano analizzarlo come campione di studio e le tribù Umatilla, Yakama, Nez Perce, Wanapum e Colville che rivendicavano la restituzione come antenato si protrasse per quasi vent'anni attraverso i tribunali federali. I ricercatori vincevano l'accesso scientifico in prima istanza nel 2002; le tribù continuavano a contestare.

La risoluzione arrivò attraverso la scienza stessa: un'analisi del DNA antico condotta nel 2015 dal laboratorio di Eske Willerslev all'Università di Copenhagen confermò la stretta parentela genetica dello scheletro con le popolazioni native americane contemporanee della regione del Columbia Plateau, in particolare con i discendenti delle tribù Colville. La Corte dei ricorsi del Nono Circuito stabilì che NAGPRA si applicava, e i resti furono restituiti alle tribù e sepolti in una cerimonia il 18 febbraio 2017 in un luogo non reso pubblico.

Il caso Kennewick illustra la tensione fondamentale: chi ha diritto a decidere cosa fare con i resti umani del passato remoto — la comunità scientifica che vede in essi informazione biologica e storica, o le comunità viventi che rivendicano una continuità di identità con gli antenati? La soluzione americana (dopo 20 anni) fu: le comunità indigene, quando esiste un legame genetico dimostrabile.

Il contesto australiano e Juukan Gorge

In Australia, i popoli Aborigeni e gli Isolani dello Stretto di Torres affrontano problemi simili con una complessità aggiuntiva: i siti del continente australiano sono tra le più antiche evidenze di abitazione umana continuata del mondo, con una presenza documentata da almeno 65.000 anni. Il controllo dei siti sacri — affioramenti rupestri, sorgenti cerimoniali, songlines (gli itinerari degli Antenati nel Tempo del Sogno) — non è semplice interesse storico ma parte integrante della vita religiosa viva delle comunità.

La distruzione nel maggio 2020 di Juukan Gorge, nella Pilbara in Australia Occidentale, da parte della compagnia mineraria Rio Tinto — due ripari rocciosos con evidenze di occupazione umana datate a 46.000 anni — provocò indignazione internazionale e portò alle dimissioni del CEO Jean-Sébastien Jacques. I ripari erano stati identificati come siti sacri dalla Puutu Kunti Kurrama and Pinikura Aboriginal Corporation (PKKP), proprietaria tradizionale del territorio. Rio Tinto aveva il permesso legale di far saltare i siti — il patrimonio minerario aveva la priorità sulla protezione del patrimonio culturale nell'Aboriginal Heritage Act del 1972, la legge vigente in Australia Occidentale. Il caso portò alla revisione della legge, ma le rocce erano già saltate in aria.

Juukan Gorge divenne il simbolo globale del conflitto irrisolto tra sviluppo economico e diritti indigeni sul patrimonio. Il Parliamentary Joint Standing Committee on Northern Australia concluse l'inchiesta nel 2021 raccomandando il diritto di veto delle comunità indigene sui siti culturalmente significativi — una raccomandazione che non è ancora diventata legge federale.

Archeologia collaborativa come paradigma alternativo

In risposta a queste tensioni, è emerso un modello di archeologia collaborativa in cui le comunità indigene partecipano come co-ricercatori, non come semplici informatori o stakeholder da consultare. Questo significa che i membri della comunità prendono parte alla progettazione della ricerca, alle decisioni su cosa scavare e cosa lasciare indisturbato, all'interpretazione dei risultati e alla gestione dei materiali recuperati. In alcuni casi, la comunità ha il diritto di veto sui risultati della pubblicazione.

Esempi concreti includono: il progetto Landscape of Ancestral Cherokee Engagements (Cherokee Nation e Università dell'Arkansas), dove archeologi professionisti e membri Cherokee co-dirigono le indagini sui siti Cherokee nel Sud degli Stati Uniti; il progetto Saltwater Country sulle coste del Queensland, dove le comunità costiere aboregene co-progettano la ricerca sui siti d'uso litoraneo; i programmi di formazione in archeologia per giovani indigeni in Canada e Australia che portano le conoscenze tecniche nelle comunità.

In Nuova Zelanda, il concetto maori di kaitiakitanga — tutela delle risorse naturali e culturali come responsabilità verso le generazioni future — è stato incorporato nel Resource Management Act 1991 e nel quadro legale di gestione del patrimonio Heritage New Zealand Pouhere Taonga Act 2014. Il termine Tangata Whenua (gente della terra) riconosce un regime di diritti specifici sui siti. L'approccio neozelandese è considerato uno dei modelli più avanzati al mondo nella partnership formale tra stato e comunità indigene per la gestione del patrimonio.

Il problema dei resti umani nei musei europei

Migliaia di resti umani provenienti da popolazioni colonizzate si trovano ancora nelle collezioni di musei europei, raccolti nel corso del XIX e XX secolo in condizioni che oggi si riconoscono come eticamente inaccettabili. Il Natural History Museum di Londra detiene circa 20.000 resti umani provenienti da tutto il mondo; il Musée de l'Homme di Parigi ha inventari di dimensioni comparabili; il Museum für Völkerkunde di Vienna e musei di tutta la Germania detengono decine di migliaia di crani e scheletri. Buona parte fu raccolta durante spedizioni coloniali, acquistata da cadaveri su campi di battaglia o esumata da cimiteri indigeni.

La restituzione è un processo lento, complicato da questioni legali sulla proprietà degli oggetti nelle istituzioni pubbliche (che in molti paesi europei non possono alienare il patrimonio statale), da rivendicazioni multiple per lo stesso materiale da parte di diverse comunità, e da resistenze accademiche che argomentano il valore scientifico della conservazione centralizzata. Il Natural History Museum di Londra ha restituito resti umani a Australia, New Zealand e molte altre nazioni negli ultimi vent'anni; il ritmo è accelerato ma rimane controverso.

Linda Tuhiwai Smith e l'archeologia indigena come paradigma teorico

La ricercatrice maori Linda Tuhiwai Smith, nel suo libro fondamentale Decolonizing Methodologies (1999), ha articolato la critica teorica più influente alla ricerca accademica occidentale sui popoli indigeni. Smith argomenta che il concetto stesso di "ricerca" è un termine carico di significato coloniale: i ricercatori occidentali hanno sistematicamente estratto conoscenza dalle comunità indigene, l'hanno portata via, l'hanno pubblicata secondo le proprie categorie concettuali e non l'hanno mai restituita alle comunità in forma utile.

Questa critica ha generato il tentativo di costruire un'archeologia indigena come paradigma distinto — non semplicemente un adattamento dell'archeologia processuale o post-processuale alle comunità indigene, ma un approccio fondato su epistemologie indigene, sulla centralità delle comunità come soggetti anziché come oggetti di studio, e sull'obbligo di produrre conoscenza utile per le comunità viventi piuttosto che solo per le riviste accademiche. Questo paradigma è ancora in costruzione e incontra resistenze sia nell'accademia che nelle comunità stesse.

Una disciplina in trasformazione

Queste tensioni hanno prodotto cambiamenti concreti nella pratica archeologica quotidiana. Le linee guida della Society for American Archaeology (SAA), della World Archaeological Congress (WAC) e di molte associazioni nazionali richiedono oggi: il consenso informato delle comunità prima di avviare ricerche su territori indigeni; protocolli specifici per la gestione e il deposito dei resti umani; co-autorialità con membri delle comunità quando appropriato; la restituzione dei dati e delle interpretazioni alle comunità prima della pubblicazione; la formazione degli studenti sui diritti indigeni e sulla storia coloniale della disciplina.

Il World Archaeological Congress, fondato nel 1986 in aperta critica all'esclusione politica nell'International Union of Prehistoric and Protohistoric Sciences, ha adottato il Vermillion Accord on Human Remains (1989) e il First Code of Ethics (1990), che riconoscono esplicitamente i diritti dei popoli indigeni sul proprio patrimonio come principi vincolanti per i membri.

Pianifica il prossimo viaggio

La mappa include siti di tutto il mondo, molti dei quali si trovano su territori di popoli indigeni che mantengono relazioni vive con quei luoghi. Visitare questi siti con consapevolezza del loro valore attuale per le comunità locali — non solo del loro significato storico per l'accademia — cambia profondamente il modo in cui si percepisce il passato e le responsabilità del presente.

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